giovedì 24 ottobre 2013

Carpe Diem

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi quem tibi

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.



Asclepiadei maggiori:
Tù ne quaèsierìs, || scìre nefàs, || quèm mihi, quèm tibi
fìnem dì dederìnt, || Lèuconoè, || nèc Babylònios
tèmptarìs numeròs. || Ùt meliùs, || quìdquid erìt, pati!
Sèu plurìs hiemès || sèu tribuìt || Iùppiter ùltimam,
quaè nunc òppositìs || dèbilitàt || pùmicibùs mare
Týrrhenùm, sapiàs, || vìna liquès, || èt spatiò brevi
spèm longàm resecès. || Dùm loquimùr, || fùgerit ìnvida
aètas: càrpe dièm, || quàm minimùm || crèdula pòstero.


Tu, Leuconoe,  non cercare di sapere, perché non è lecito ( non ci è permesso), quanto tempo da vivere gli dei serbino per me e per te, né perder tempo con le magie babilonesi ( i calcoli babilonesi). Quanto è meglio accettare ( ricevere) quello che verrà! Sia che Giove ci conceda molti inverni ( anni) o che sia l’ultimo quello che il mare Tirreno fiacca con le onde spumeggianti, sii saggia, versa il vino e accorcia la lunga speranza, dato che il tempo è breve. Mentre noi stiamo a parlare sarà già fuggito il tempo invidioso ( di noi e dei nostri piaceri); afferra l’attimo senza affidarti troppo al futuro.
L’undicesima ode del I libro è sicuramente tra le più famose per quel “carpe diem” tante volte ripreso da poeti, scrittori ed anche cineasti. Ma è molto più profonda di quanto questa notevole notorietà le possa procurare. E’ certo che viene spesso riportata come esempio dell’epicureismo, ed anche noi,  in questo breve spazio, rifletteremo su alcuni punti di questa filosofia che in Orazio assume delle sfumature diverse da quelle di Lucrezio; il fatto stesso che il secondo si serve di un poema (De rerum natura) per esprimere le sue idee al riguardo della vita, mentre il nostro usa dei brevi brani poetici, sparsi in tutte le sue opere, ci dovrebbe convincere di una diversa concezione nei due rappresentanti dell’epicureismo letterario latino del I secolo a.C.


1. Tu: il soggetto è espresso con implicita funzione oppositiva che «isola e stacca la donna dalla massa anonima: «tu no, non fare come gli altri». Spesso omesso dai traduttori, con una traduzione depotenziata: «Non chiedere», «Non cercare»
ne quaesieris: «non chiedere»; imperativo negativo (come nec temptaris), costituito dalla negazione ne + cong. perfetto di quaero (quaero, -is, quaesivi / quaesii, quaesitum, -ere) 

quem mihi, quem tibi / finem di dederint: «quale sorte a me, quale a te, gli dei hanno dato». Sono due interrogative indirette: la prima quem mihi ha sottinteso – in comune con la seconda – soggetto e verbo (di dederint). Il verbo è al congiuntivo perfetto (dederint, da do, das, dedi, datum, dare), secondo la consecutio temporum (anteriorità rispetto al presente della sovraordinata ne quaesieris). 

Di: nominativo plurale di deus. È – assieme a «Fortuna, Caso, dio, Giove, Necessità» – uno dei vari nomi con cui Orazio indica il capriccioso potere cui sembrano essere subordinati gli eventi, quella forza che ti salva o ti perde quando meno te lo aspetti. Per il concetto cf. Hor. carm. 3,29,29 ss. «saggiamente il dio nascose il futuro nel buio della notte e ride se il mortale si affanna oltre i limiti» (prudens futuri temporis exitum / caliginosa nocte premit deus / ridetque si mortalis ultra / fas trepidat)

Leuconoe (vocativo): è il nome della giovane donna, la destinataria dell’ode, che, ansiosa per il proprio futuro, si rivolge agli astronomi.
Il nome – anche se effettivamente attestato – sembra un nome ‘parlante’: derivato da leukÒj «bianco» e noàj «mente», doveva essere inteso come «la donna dall’animo candido», «dai pensieri ingenui». Su questa interpretazione si basa Pascoli per la sua traduzione etimologica: il Pascoli avvertiva infatti un riverberarsi del nome di Leuconoe sul sentimento del banchetto, come leggiamo
nelle righe iniziali della introduzione all’ode nell’antologia Lyra: «Il convivio è presso Leuconoe il cui animo non è sereno, come serena la bellezza. Così mi giova interpretare il nome della fanciulla, da leukÒj e noàj, come valesse: se fosse anche nell’animo, candida sarebbe in tutto».

nec Babylonios / temptaris numeros: «e non tentare i calcoli babilonesi». Altro imperativo negativo: temptaris è forma sincopata di temptaueris. I calcoli sono detti babilonesi perché l’astrologia era di origine caldea, e gli astrologi (comunemente definiti mathematici) a Roma provenivano per lo più dalla Mesopotamia, ed erano considerati dei ciarlatani: Tacito ci parla di un decreto di espulsione dall’Italia, rimasto lettera morta.

ut melius quidquit erit, pati: sottìnteso est: «Come è meglio sopportare tutto ciò che (quidquid) sarà». Ut è avverbio di modo che introduce una esclamazione. Pati è infinito soggetto (il sopportare, la sopportazione [soggetto] è meglio).

seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam / quae … Tyrrhenum: «sia che Giove ti abbia concesso (tribuit, pf. di tribuo) molti (pluris è acc. pl. = plures) inverni, sia [ti abbia concesso] l’ultimo che (quae, pron. relativo) ora sfianca il mare Tirreno contro (lett. «con» ablativo strumentale) le scogliere opposte.
seu … seu …: coordinate disgiuntive (= o piuttosto), in costrutto polisindetico, con ripetizione della congiunzione coordinante ad inizio di proposizione

hiemis: «inverni» è sineddoche [basata sul principio della parte per il tutto] per «anni»

oppositis debilitat pumicibus mare: «sfianca il mare Tirreno mediante le scogliere opposte». Debilito è verbo molto forte indica il «fiaccare»: insolita l’unione di questo verbo con il mare. L’immagine risulta dunque rovesciata: non il mare che consuma la costa – come ci si attenderebbe – ma il contrario.

sapias … liques .. reseces: «sii saggia, filtra …, taglia …». Congiuntivi esortativi (pres. cong.): vd. al v. 1. Leuconoe è invitata alla saggezza, lasciando da parte gli inganni degli oroscopi, ed anche le attese per il futuro 
liques: «filtra», «attraverso il saccus o colum nel quale ultimo (un vaso bucherellato di bronzo) si poneva della neve; onde il nome colum nivarium» (Pascoli, Lyra)

spatio brevi: numerose interpretazioni, ablativo di causa («a causa dello spazio breve [della vita]»), di luogo («nello spazio breve»), abl. separativo (in connessione con reseces, «dallo spazio breve [della vita]»), ablativo assoluto («poiché è breve lo spazio della vita»), Pascoli ad esempio privilegia quest’ultima, e rende con un’ipotetica-causale («s’è breve la nostra via», come vedremo anche nella versione in prosa); Traina opta per l’ablativo separativo: «per me, reseces, termine tecnico della lingua agricola, postula un ablativo separativo: recidi dal breve spazio della tua vita, come un ramo che sporga da un chiuso».

brevi / spem longam: brevis è un aggettivo caratteristico della sensibilità temporale oraziana, spesso unito al suo antonimo longus – come qui – a contrapporre attimo e durata . 
Nimium breves sono i fiori della rosa in carm. 2,3,13-6, che simboleggiano le gioie del convito, che Orazio invita a godere, prima che intervenga la nera morte, così come breve è il lilium di carm. 1,36,16, in contrasto con l’eternità della morte, l’aeternum / exilium (carm. 2,3,26s.); breve è l’aevom che ci è dato di vivere, sat. 2,6,97. Quanto sia breve questo spatium, Orazio lo dice subito dopo: dum loquimur. Il tempo di parlare. reseces: il re- è un prefisso che indica il movimento all’indietro, la separazione.

spem longam: la speranza è in Orazio una passione negativa: cf. carm. 1,4,14-6 o beate Sesti, / vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam; / iam te premet nox fabulaeque Manes, «Sestio, uomo felice, lo scorrere breve della vita ci vieta di cullare una lunga speranza Già la notte ti avvince e i Mani favolosi» ed anche l’epist. 1,4,12 s.: Inter spem curamque, timores inter et iras / omnem crede diem tibi diluxisse supremum: / grata superveniet quae non sperabitur hora, «Fra le speranze e le ansie, fra i timori e gli sdegni,
tu fa’ conto che ogni giorno che spunta sia l’ultimo per te: sopravverrà gradita l’ora che non si attende»

dum loquimur, fugerit: «mentre parliamo sarà già fuggita». Il futuro anteriore (fugerit) indica la rapidità fulminea della fuga del tempo, che non aspetta neanche che abbiano finito di parlare.

invida aetas: «il tempo invidioso». L’aetas, sempre impiegata con il suo valore etimologico (stessa radice di aeuus), è il tempo nella sua continuità (riferito per lo più all’esistenza personale, mentre aevum è per lo più il tempo ciclico dell’universo), in antitesi con tempus, il tempo segmentato. Orazio mostra una notevole predilezione per questa puntualità dell’attimo, dell’istante, che prende ora la forma del dies, ovvero dell’occasio, dell’hora , del praesens, quod adest. È nel dies, infatti che Orazio cerca di contrastare la fuga
dell’aetas .

carpe diem: è il nucleo dell’ode. Secondo la ben nota definizione di Traina, è un «verbo tecnico, alla frontiera tra i due campi semantici di prendere e cogliere, che indica un processo traumatico, un prendere a spizzico con un movimento lacerante e progressivo che va dal tutto alle parti»

quam minimum credula postero: «il meno possibile (quam minimum) fidandoti (credula) nel domani». Credulus è aggettivo negativo, il nostro «credulone». Credula ha un valore predicativo (determina il verbo carpe: «fidandoti»).
Traduzioni come «non credere al domani» colgono l’idea di ordine negativo implicito nel quam minimum credula postero. È questo infatti l’ultimo di una serie di ordini che accompagnano le espressioni del carpe diem: positivi, in relazione al presente (carpe….) e negativi, in relazione al futuro.

L’invito a prendere al presente – attimo dopo attimo – (l’imperativo carpe diem), è circondato da tutta una serie di divieti: non è possibile conoscere il futuro (ne quaesieris), ché è nefas , non si deve neppure tentare l’oroscopo (nec temptaris), sono gli dèi che hanno stabilito la sorte, la vita e la morte di ognuno: nel futuro non si può riporre fiducia . L’unica possibilità di esorcizzare ciò che il futuro significa è deporre saggiamente le lunghe speranze (anche spem longam reseces, sintatticamente positivo, è semanticamente negativo), proiettate nel domani, e circoscriverle nel banchetto, nello spatio brevi del presente. 

La filosofia del carpe Diem
Si è visto già quale sia l’atteggiamento di Epicuro e degli Stoici verso l’idea della speranza e del futuro.
In particolare si è visto (v. 6) che la formulazione più completa della temporalità epicurea – con il rifiuto per l’incertezza del futuro – si ha nell’Epistola a Meneceo, 127: «si deve ricordare ancora che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto non nostro, affinché né ci aspettiamo che assolutamente si avveri, né disperiamo come se assolutamente non si avveri»: da qui deriva l’atteggiamento di sicurezza di fronte alla morte. Ugualmente in Epicuro si ritrova il rifiuto per la divinazione: «la divinazione non ha alcuna consistenza reale, se anche l’avesse bisogna pensare che gli eventi [da essa predetti] non sono in nostro possesso»
Questi temi si ritrovano anche in un’opera conservata dai papiri di Ercolano, attribuita a Filodemo (la cosiddetta Ethica Comparetti), un autore epicureo contemporaneo di Orazio, che presenta numerose consonanze con la sua opera: «vivono nella dilazione, come se fosse possibile a loro in futuro godere dei beni, e poi per tutta la vita sono in balia di se stessi». A questo tema si affianca il rifiuto della mantica: «nessuno può conoscere prima – un dio conosce il termine esatto – fino a quale giorno potrà arrivare né se invecchi né se muoia prematuramente: perciò non pensiamo assiduamente – rimane infatti del tempo – che moriremo, come quando la morte si manifesta in tutta la sua evidenza che verrà subito, e poiché è duro porre fine alla vita, incliniamo ora ad allungare eventualmente fino al più lontano termine possibile la vita, ora a non essere incapaci di abbandonare la vita subito dopo che ci sia apparsa la morte»
Tuttavia a differenza da Epicuro – che considera un nulla la morte – Orazio avverte in tutta la sua opera, dai Giambi sino alle Epistole, l’incombere dell’ombra della morte nera, e cerca di proteggersi rifugiandosi dietro la protezione dello spazio e del tempo.
Pare perciò pertinente il richiamo ad Aristippo, seguace della scuola Cirenaica (fr. IV A 174,11ss. G. 1990-1991): «Aristippo sembrava che parlasse con gran veemenza e forza, invitando gli uomini a non angustiarsi delle cose passate, né a preoccuparsi di quelle che devono ancora venire: questo è infatti segno di buona disposizione d’animo e dimostrazione di mente serena. Esortava a pensare all'oggi e più ancora a quella parte dell’oggi in cui ciascuno agisce o pensa qualcosa. Diceva infatti che solo il presente è nostro e non ciò che è già compiuto né ciò che ancora si attende: il primo infatti è già finito e il secondo è incerto se pure vi sarà».


Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per il commento.